Un libro di rara potenza, una confessione onesta fino a farsi spietata, mai scabrosa; quasi un manuale di analisi psicanalitica dei sopravvissuti alla disgregazione della ex Jugoslavia. Come se tutti i nodi tornassero al pettine: tematiche, amori e tremori, sevdalinke e Bjelo Dugme, basket, calcio e politica, dolorosa non appartenenza e la fine di un grande Stato. L’autore di questa raccolta di riflessioni torna all’infanzia, alla lingua di allora che non ha un nome, di cui è l’unico parlante e nella quale si identifica, come si identifica in una terra anch’essa senza nome.
A CURA DI STEFANO DONNO VICE PRESIDENTE DELLA CASA DELLA POESIA DI COMO
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