«L'io che parla in queste poesie», scrive Luca Zuliani nella sua prefazione, «è Umberto Fiori con la sua storia, ma è anche, come è proprio della grande lirica, un io di cui può impadronirsi ciascun lettore.» Dalle prime raccolte ("Case", "Esempi", "Chiarimenti"), dove l'autore è quasi invisibile, sino a quelle finali, dove è in piena luce, come nel poemetto "Il conoscente" o in "Autoritratto automatico", Fiori è focalizzato su sé stesso ma finisce con il parlare di tutti e di una condizione comune: quella anonima modernità in cui siamo immersi e nella quale fatichiamo a decifrare il senso della nostra presenza. Nutrita delle sue esperienze di musicista, dei contatti con Sereni, Fortini e Loi, dei quadri di Sironi e degli scatti di Basilico, la poesia di Fiori, con i suoi scenari urbani e il suo orizzonte di ordinaria quotidianità, la sua lingua colloquiale e antiretorica a tratti accesa da una vena ironica e parodistica, trasfigura in versi quella caduta «in mezzo alla gente vera» che è da sempre uno dei suoi motivi ispiratori.
A CURA DI STEFANO DONNO VICE PRESIDENTE DELLA CASA DELLA POESIA DI COMO
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